L'archeologia a Capo Mulini

L'archeologia a Capo Mulini

 

 

di Rodolfo Brancato

Il ridente paesino di Capo Mulini si affaccia sull’omonima baia; tra le piccole case dei pescatori e gli orrori edilizi degli scorsi lustri si trova uno dei più maestosi e dimenticati monumenti di epoca romana esistenti in Sicilia. Trattasi del cosiddetto tempio romano di Capo Mulini, così come fu identificato da Guido Libertini nel 1952. Io non ne avevo la minima cognizione. Fu durante le lezioni del professor Tortorici che se sentii parlare per la prima volta e, pur essendo stato un paio di volte lì in zona, non riuscivo a capire dove si trovasse il tempio; si parla di una località non molto estesa ma del tutto ingombra di costruzioni.  Capo Mulini è stato travolto dalla speculazione edilizia, ed effettivamente il caro tempietto si trova ormai mortificato e stretto tra la strada, una palazzina di svariati piani, e un nascente parcheggio sul retro, a pochi metri dalla costruzione. Anni di totale abbandono e la natura hanno fatto il resto.

Tra gli sguardi curiosi degli autoctoni, abbiamo cominciato a disboscare e a scavare: qualcuno arrivava chiedendoci cosa fosse quella costruzione su cui giocava nella propria infanzia, un altro chiedeva se stessimo costruendo l’ennesimo ristorante. L’arrivo degli “archeologi” ha messo il paesino in subbuglio. È stato importante cercare di connettere gli abitanti del luogo a quella che è la testimonianza più evidente del lungo e ricco passato di questa baia, la cui frequentazione è ininterrotta da millenni.

Io ero alla mia prima esperienza di scavo. Sono arrivato senza trowel e con un paio di scarpe troppo strette: l’equipaggiamento giusto per un fulgido inizio, ma gli altri studenti erano fortunatamente molto meglio preparati e adeguatamente entusiasti. Il lavoro è proceduto rapido; nel giro di un paio di settimane abbiamo riportato in luce le possenti strutture che poggiano direttamente su un mosso fiume lavico pietrificatosi.
Spostare grandi quantità di terra per arrivare alla lava ci ha dato qualche notizia sulla storia recente del sito: è stato sì dimenticato in quanto bene archeologico, ma ha avuto una fertile storia di discarica abusiva; a parte qualche coccio  antico, superstite di continue ricerche di scavatori improvvisati, abbiamo ritrovato enormi quantità di rifiuti: da aghi di inizio secolo a frammenti di varie tipologie di bottiglie, da piatti della recente tradizione folklorica (“u piattu i Giufà”) a piastrelle di raffinato gusto post-pop.

Il mese di Marzo non ha deluso le aspettative. Si sono alternati giorni di sole quasi estivo a giorni in cui la pioggia e il vento hanno ostacolato il lavoro, specie alla fine, quando è arrivato il momento del rilievo.
Dall’analisi preliminare delle strutture, il professor Tortorici ha potuto già evidenziare delle incongruenze nella tradizionale identificazione del monumento in tempio. Quella che il Libertini definisce una favissa, ossia la stanza-deposito degli oggetti votivi del santuario, non è, probabilmente, un semplice ambiente ipogeo, ma una vasca, che potrebbe essere parte di un grande ninfeo, in seguito monumentalizzato in epoca romana. Capo Mulini, infatti, sorge in un territorio ricchissimo di acque, tutelato oggi dal parco Archeologico della valle dell'Aci; e lì dove l’acqua dolce e la lava s’incontrano è credibile pensare un luogo di culto, la cui importanza è indubbia data la mole delle strutture.


Photo Gallery
(si ringrazia il Parco Archeologico della Valle dell'Aci)

 

Scarica qui l'articolo de "La Sicilia" del 26 marzo 2013 che parla dei lavori raccontati in questo post.

Il ridente paesino di Capo Mulini si affaccia sull’omonima baia; tra le piccole case dei pescatori e gli orrori edilizi degli scorsi lustri si trova uno dei più maestosi e dimenticati monumenti di epoca romana esistenti in Sicilia. Trattasi del cosiddetto tempio romano di Capo Mulini, così come fu identificato da Guido Libertini nel 1952. Io non ne avevo la minima cognizione. Fu durante le lezioni del professor Tortorici che se sentii parlare per la prima volta e, pur essendo stato un paio di volte lì in zona, non riuscivo a capire dove si trovasse il tempio; si parla di una località non molto estesa ma del tutto ingombra di costruzioni.  Capo Mulini è stato travolto dalla speculazione edilizia, ed effettivamente il caro tempietto si trova ormai mortificato e stretto tra la strada, una palazzina di svariati piani, e un nascente parcheggio sul retro, a pochi metri dalla costruzione. Anni di totale abbandono e la natura hanno fatto il resto.

 

Tra gli sguardi curiosi degli autoctoni, abbiamo cominciato a disboscare e a scavare: qualcuno arrivava chiedendoci cosa fosse quella costruzione su cui giocava nella propria infanzia, un altro chiedeva se stessimo costruendo l’ennesimo ristorante. L’arrivo degli “archeologi” ha messo il paesino in subbuglio. È stato importante cercare di connettere gli abitanti del luogo a quella che è la testimonianza più evidente del lungo e ricco passato di questa baia, la cui frequentazione è ininterrotta da millenni.

 

Io ero alla mia prima esperienza di scavo. Sono arrivato senza trowel e con un paio di scarpe troppo strette: l’equipaggiamento giusto per un fulgido inizio, ma gli altri studenti erano fortunatamente molto meglio preparati e adeguatamente entusiasti. Il lavoro è proceduto rapido; nel giro di un paio di settimane abbiamo riportato in luce le possenti strutture che poggiano direttamente su un mosso fiume lavico pietrificatosi.

Spostare grandi quantità di terra per arrivare alla lava ci ha dato qualche notizia sulla storia recente del sito: è stato sì dimenticato in quanto bene archeologico, ma ha avuto una fertile storia di discarica abusiva; a parte qualche coccio  antico, superstite di continue ricerche di scavatori improvvisati, abbiamo ritrovato enormi quantità di rifiuti: da aghi di inizio secolo a frammenti di varie tipologie di bottiglie, da piatti della recente tradizione folklorica (“u piattu i Giufà”) a piastrelle di raffinato gusto post-pop.

 

Il mese di Marzo non ha deluso le aspettative. Si sono alternati giorni di sole quasi estivo a giorni in cui la pioggia e il vento hanno ostacolato il lavoro, specie alla fine, quando è arrivato il momento del rilievo.

Dall’analisi preliminare delle strutture, il professor Tortorici ha potuto già evidenziare delle incongruenze nella tradizionale identificazione del monumento in tempio. Quella che il Libertini definisce una favissa, ossia la stanza-deposito degli oggetti votivi del santuario, non è, probabilmente, un semplice ambiente ipogeo, ma una vasca, che potrebbe essere parte di un grande ninfeo, in seguito monumentalizzato in epoca romana. Capo Mulini, infatti, sorge in un territorio ricchissimo di acque, e lì dove l’acqua dolce e la lava s’incontrano è credibile pensare un luogo di culto, la cui importanza è indubbia data la mole delle strutture.

 

 

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